“Papà, papà guarda! Girano un film!”
Quel grido di un bambino, nel bosco in cerca di castagne, vedendo scorrere la fila delle giacche rosse e nere con cilindri e bombette, dimostra quanto l’apparato scenico sia ciò che più colpisce la fantasia di chi vede passare una caccia a cavallo, eppure questa è la parte meno significativa.
È difficile far comprendere a chi non abbia vissuto l’esperienza di galoppare dietro ai cani, cosa e quanto esaltante possa essere questo particolarissimo modo di montare a cavallo nella natura.

Lo sport come ogni attività della nostra società contemporanea, è sempre più influenzato dalle sofisticate tecnologie che la scienza moderna mette a disposizione. Gli atleti sono sempre più macchine perfette, ma perdono buona parte della loro umanità.
L’equitazione non si sottrae a questa legge inesorabile. I percorsi di completo e di concorso diventano sempre più tecnici e complessi e in questa realtà di tecnicismo sempre più esasperato le drammatiche polemiche sul doping rovinano il piacere della competizione nel nostro mondo dei cavalli, come purtroppo in tutto il mondo dello sport.
Per chi non volesse farsi coinvolgere nel meccanismo dell’attività agonistica non resta che l’esercizio di uno sport a livello di mera attività fisica, rinunciando a quel tanto di ambizione e di miglioramento tecnico che solo può dare una personale gratificazione.

Il mondo della caccia a cavallo è una di quelle rare isole in cui tecnica e agonismo si ritrovano coniugate in modo equilibrato in uno sport amatoriale.

Spesso ci sentiamo chiedere: “Ma chi vince in una caccia?” E la risposta è sempre una sola: “Vinciamo tutti, perché siamo arrivati sino in fondo, saltando e affrontando le difficoltà incontrate nella campagna, senza perdere il gruppo e trovando la perfetta intesa con il nostro cavallo.”
L’ebbrezza delle lunghe galoppate dietro ai veloci hound, l’emozione di un ripido ciglione, di un guado o di una pianta caduta dietro la curva del sentiero da affrontare senza esitazioni per non restare indietro e perdere il contatto con la muta, sono sensazioni difficili da comunicare a chi non abbia almeno una volta partecipato a una caccia.

Qualunque cavaliere, purché dotato di buoni riflessi e intesa con il proprio cavallo è in grado di partecipare a una caccia. Ma è anche vero che grandi cavalieri di concorso e di completo si sono trovati in difficoltà nell’affrontare i nostri ostacoli, certamente più naturali e meno impegnativi delle loro gare, ma che si presentano all’improvviso, senza possibilità di studiarne in anticipo l’avvicinamento.

Non c’è agonismo nel senso di ambizione di vittoria sugli altri partecipanti.
C’è una fortissima spinta a cercare di superare tutte le difficoltà che la campagna presenta, unendosi al gruppo anche nelle giornate in cui il clima suggerirebbe di restare al calduccio davanti al camino in compagnia di un buon libro.
È una grande vittoria con e per noi stessi.
Per i giovani una grande educazione e per i meno giovani uno stimolo a non lasciarsi invecchiare.
È uno stile di vita!

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